LFF22, come raccontare la guerra senza rincorrere l’agenda politica

Da sinistra Tiziana Ferrario, Fariborz Kamkari, Laura Silvia Battaglia. In collegamento:​ Simone Pieranni​

Da sinistra Tiziana Ferrario, Fariborz Kamkari, Laura Silvia Battaglia. In collegamento:​ Simone Pieranni​

Raccontare le città in guerra. Una sfida che sempre di più si misura con le abitudini dei lettori, gli strumenti narrativi, le novità tecnologiche. Ma anche con le ingerenze del potere, le scelte editoriali, la coscienza di chi va in prima linea. Perché informare non è mai una decisione neutra.

Questo il tema del primo talk della terza edizione del Lecco Film Fest, il festival organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e promossa da Confindustria Lecco e Sondrio. Un dibattito che arriva dopo la commovente proiezione di Kurdbun – Essere curdo, il documentario del regista curdo iraniano Fariborz Kamkari, che ha aperto il programma del festival con grande successo di pubblico. E che ha visto insieme, sul palco del Nuovo Cinema Teatro Aquilone, Laura Silvia Battaglia (giornalista e documentarista, conduttrice per Rai Radio3 Mondo), Simone Pieranni (giornalista di Chora Media, collegato in videoconferenza) e Tiziana Ferrario (giornalista e scrittrice).

Ed è proprio quest’ultima, professionista di lungo corso e già inviata di guerra, a mettere subito in campo una questione spinosa: «Esiste un buon giornalismo? Sono moltissimi i freelance che stanno raccontando la guerra in Ucraina. E già ne sono morti troppi in questi mesi. Stanno raccontando una guerra molto pericolosa, perché la linea del fronte non è chiara e le situazioni sono sempre più imprevedibili. Chi ha lavorato al fronte sa che si viene sempre tirati per la giacca da chi vuole fare propaganda della propria linea di pensiero, dai terroristi ai comandi militari. L’importante è dichiarare da che parte si sta».
«È un conflitto molto vicino a noi – spiega Battaglia – e il problema più che altro è di visti. Sembra che finora non sia accaduto niente, in realtà il Donbass è in questa condizione dal 2014. Ma negli ultimi mesi c’è stata una escalation che ha permesso da una parte il ricompattamento dei paesi europei e dall’altra ha ridato forza alla Nato, naturalmente su spinta degli Stati Uniti. Ma il mondo che stiamo vivendo è molto più complesso rispetto a quello della guerra fredda».

«Spesso vogliamo fare realisti senza avere un realismo credibile. Siamo eurocentrici, pensiamo di essere centro del mondo senza esserlo più» osserva Pieranni, ex caporedattore del Manifesto, considerato uno dei maggiori esperti di Cina e Asia, dove ha vissuto a lungo. Ma il tema è legato anche agli investimenti: «Spero che i freelance abbiano delle coperture assicurative – afferma Ferrario – perché sappiamo che il loro impiego è dovuto a una questione economica: con loro, gli editori risparmiano. Per fare buon giornalismo servono risorse economiche e garanzie. E poi c’è troppa velocità: non si parla più di guerre che sono ancora in atto, come quella in Afghanistan. Appena un anno fa eravamo tutti sconvolti dalla fuga degli americani, oggi quasi non ce ne ricordiamo».

Quando si parla di Medio Oriente, Battaglia è un’istituzione: reporter impegnata in aree di crisi alla periferia del mondo, ha le idee chiare sui problemi della sua categoria: «C’è l’agenda internazionale, con le breaking news che sono anche guidate dalle relazioni tra gli stati e dai bilanciamenti dei rapporti di forza. Ora che si parla di Ucraina, è come se ci fossimo dimenticati della tragedia infinita dell’Afghanistan o di quella dello Yemen. Ma i paesi donatori stanno dirottando le risorse altrove. È terribile dirlo, ma la realpolitik va al di là dell’aspetto umanitario. E così l’agenda dei media segue quella politica. Cosa possono fare i media? Investire per allargare lo sguardo. I giornalisti devono provare ad andare dove non va nessuno».

Oggi sono aumentati gli strumenti per informare e Pieranni lavora proprio con uno di quelli che stanno riscuotendo maggiore successo anche presso il pubblico italiano: «Dai dati che emergono, l’ascolto del podcast è molto giovanile a causa del device, lo smartphone. C’è anche un tema legato alla diffusione del genere della non-fiction novel. La BBC dice che i podcast sono film per le orecchie: la sfida è tenere insieme una narrazione pop e i contenuti giornalistici».

«Il fondamento di ogni racconto – continua Pieranni – è sempre fare del buon giornalismo: informarsi e andare sul campo, avere calma e sangue freddo. La velocità della comunicazione porta a stancarsi della guerra, quindi non dobbiamo cadere nella trappola della fretta. Inoltre si possono sperimentare forme narrative che si incrociano le abitudini degli ascoltatori, come le serie tv. Il podcast ci impone un taglio diverso, scegliere strade alternative. Per la prima volta, Chora ha un’inviata, la giovane freelance Cecilia Sala, sulla linea del fronte ucraino: la sua è una rubrica di circa cinque minuti, in termini giornalistici è un pezzo di quattromila battute, è evidente che si deve scegliere una prospettiva precisa».

«Nella cultura delle immagini – riflette Battaglia – il podcast ci dimostra che c’è ancora bisogno di ottima scrittura e di immaginare restando ancorati alla realtà. La televisione delle origini, come quella di Sergio Zavoli, riusciva in questo intento». E i social? «Strumenti, che tutti sanno utilizzare in minima parte. Anche qui serve un’educazione all’utilizzo. Si possono fare investigazioni di grande qualità grazie ai social». E in virtù della sua appartenenza al board del Frontline Freelance Register, un’organizzazione di rappresentanza per giornalisti, fotografi e reporter freelance, Battaglia si toglie un sassolino dalla scarpa: «Ho chiesto più volte che la FNSI, il sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani, ci riconosca ufficialmente. Siamo una realtà che vuole farsi ascoltare anche dagli italiani. Ma non mi ha mai risposto».

Foto di Karen di Paola

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