LFF22, Fariborz Kamkari: «L’Occidente è complice del destino dei curdi»

Fariborz Kamkari (foto di Karen Di Paola)

«Di fronte al destino del popolo turco, l’Occidente non è indifferente: è complice». È durissimo, Fariborz Kamkari, regista curdo-iraniano, nel commentare i recenti accordi con la Turchia per l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. In cambio del via libera al loro ingresso nell’organizzazione da parte del paese governato da Erdogan, le due nazioni scandinave hanno accettato le condizioni imposte dal leader turco: stop al sostegno della causa curda in tutte le sue forme e consegna dei rifugiati politici curdi.

«Il popolo curdo – afferma Kamkari – è il più numeroso al mondo a non avere ancora uno Stato. È perseguitato da sempre e continua a essere merce di scambio. Alle elezioni del 2015, a causa del buon risultato raggiunto dal partito dei curdi, Erdogan ha perso la maggioranza assoluta. Perciò ha indetto nuove votazioni, non prima di aver fatto fuori i curdi. Tra un anno si rivoterà e Erdogan sta già ricominciando a cambiare le carte in tavola».

Ospite del Lecco Film Fest, organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e promosso da Confindustria Lecco e Sondrio, giunto quest’anno alla terza edizione, Kamkari ha presentato il suo documentario Kurdbun – Essere curdo nell’affollata sala del Nuovo Cinema Aquilone, portando all’attenzione dei tanti spettatori temi che spesso rimangono fuori delle narrazioni ufficiali.

Un documentario intenso e coinvolgente, dalla genesi molto particolare: «Sono entrato in contatto con una giornalista curda, Berfin Kar, ricoverata in un ospedale a Malta: scappava dalla Turchia, dove era rimasta intrappolata in un assedio, lungo 79 giorni, a Cizre, città a maggioranza curda. Conosceva il mio lavoro, allora mi propose di vedere le oltre 50 ore di materiali che aveva realizzato in quel periodo. Dopo aver visto un quarto d’ora, decisi subito di accettare».

Il motivo è anzitutto personale: «In quella vicenda ho trovato un’incredibile somiglianza con la mia esperienza da bambino nel Kurdistan iraniano, una delle quattro aree che compongono quel territorio (le altre fanno capo a Iraq, Siria e Turchia). Sono stato un bambino di guerra, recuperato sotto le macerie dei bombardamenti: avere a che fare con questi materiali è stato molto istintivo».

E c’è anche una volontà più ampia: «L’intenzione era di comunicare al pubblico una realtà che forse non conosce perché scomoda per il mainstream. Perciò ho voluto dare una panoramica sulla storia del mio popolo: diviso contro la sua volontà da un colonialismo che nessuno ha voluto. Nessuno ha chiesto al mio popolo che destino volesse avere».

Foto di Stefano Micozzi

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