LFF22, Carlo Verdone: «Dreyer, regista immenso». E annuncia: «Ci sarò per la quarta edizione»

«Molti di voi si chiederanno perché uno come me, un autore di commedie, sceglie di proporvi Ordet. È semplice: per me Carl Theodor Dreyer è il più grande regista della storia del cinema».

Al Lecco Film Fest, il festival organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e promosso da Confindustria Lecco e Sondrio, è il giorno dell’ospite più atteso della terza edizione: Carlo Verdone, distante per cause di forza maggiore ma che non ha voluto deludere il pubblico al quale è profondamente grato per l’affetto che gli ha sempre dimostrato.

«Avevo 26 o 27 anni – ricorda Verdone – e un pomeriggio andai al Filmstudio, un glorioso cineclub di Roma, perché ero convinto che proiettassero Metropolis di Fritz Lang, un regista che amo molto. Quando arrivai, scoprii che c’era stato un cambio di programma: così mi ritrovai di fronte alla scena della resurrezione di Ordet. Rimasi interdetto, la fotografia era meravigliosa, anche se non capii molto: era una morte apparente o un vero miracolo? Allora decisi di vederlo tutto, affittammo alla San Paolo una copia da 16 mm. Dopodiché vidi gli altri film di Dreyer, da La passione di Giovanna d’Arco a Vampyr fino a Gertrud: credo che abbia diretto i più bei film in bianco e nero della storia del cinema».

L’incontro con Verdone arriva dopo l’affollata proiezione di Ordet al Nuovo Cinema Aquilone: «È un film che si presta a molte letture simboliche – spiega mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo – a partire dai nomi dei personaggi, come Johannes che incarna la potenza della parola. È un film di miracoli: il miracolo della fede per il marito di Inge, il miracolo riconciliazione tra le famiglie da sempre ostili, il miracolo dell’amore. E sullo sfondo c’è la questione religiosa: Dreyer è contrario a una fede staccata dalla vita, che non c’entra con il quotidiano ma rende problematica la vita perché crea dissidi e usa la retorica. Il grande tema è come si genera la fede: il dispositivo è la partecipazione, l’attaccamento alla vita. Nella visione di Dreyer si raggiunge l’assoluto solo se si vive la vita come mistero. E il mistero ci nutre anche se non lo comprendiamo».

«Un immenso regista – commenta Verdone – che aveva il dono di ipnotizzare lo spettatore attraverso il rigore della messinscena, con movimenti impercettibili, anche lavorando sul nulla. Si sente sempre da fuori un accenno al rumore della natura: uccelli, fiume, lavoratori. La musica di Dreyer è questa. Il vento porta sempre qualcosa di sinistro, annuncia sempre qualcosa». «Il vento infastidisce – chiosa Milani – e sparisce quando c’è una nuova creazione, una rigenerazione. Dio crea con la parola: non fa le cose ma le ordina, le separa».

È travolgente la passione con cui Verdone parla del maestro danese: «Ogni faccia è perfetta, non ho mai trovato un attore sbagliato in un film di Dreyer. Non si sente mai la noia della macchina statica perché la tensione continua, data dalle pause e dai silenzi, ti inchioda alla sedia. Dreyer è austero, ricorda la pittura di Goya, riusciva a dare emozioni incredibili fatte col nulla. Da lui ho cominciato ad amare il cinema nordeuropeo, il migliore in assoluto».

Nella pièce originale di Kaj Munk, la questione se il miracolo avvenga o no resta sospesa, mentre Dreyer decide di metterlo in scena. Quanto è difficile per un regista fare una scelta del genere? E il regista Verdone ha le idee chiare: «Difficilissimo, quasi impossibile. Quella scena è il vero grande cinema. in Ordet il bianco predomina: può essere lattiginoso per dare un senso di solitudine, splendente o accecante come quello della resurrezione. Lo dico da regista: nessuno sarebbe in grado di fare una scena con tale emotività, tale eleganza, tale ipnosi. Dreyer è il vero regista».

E c’è un altro ricordo legato a Dreyer, un momento commovente che Verdone regala al pubblico del Lecco Film Fest: «Durante il lockdown ho riaperto delle scatole che avevo messo da parte, erano piene di ricordi che mi provocavano dolori. A partire da questa riscoperta ho scritto il libro La carezza della memoria. E dentro una scatola ho trovato una foto incorniciata di Dreyer, con dietro una dedica per mio padre Mario, che è stato il primo docente universitario di storia e critica del film in Italia. A forza di evocare i fantasmi, alla fine li ho fatti apparire». E prima di salutare un annuncio: «Ci sarò per la quarta edizione».

Fotogallery di Karen Di Paola

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