LFF22, Leonora addio chiude il festival e commuove il pubblico 

È uno dei film più importanti e acclamati dell’ultima stagione cinematografica a chiudere il Lecco Film Fest: è Leonora addio del maestro Paolo Taviani a illuminare per l’ultima volta il grande schermo di Piazza Garibaldi, luogo centrale del festival organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e promosso da Confindustria Lecco e Sondrio.

Ad accompagnare il film, che ha vinto il Premio Fipresci all’ultima Berlinale, sono l’attore Fabrizio Ferracane, la produttrice Donatella Palermo, il montatore Roberto Perpignani e la responsabile amministrativa di produzione Concetta Pistoia, intervistati da Federico Pontiggia (giornalista e critico della Rivista del Cinematografo).

Leonora addio racconta due storie: una riguarda l’avventuroso viaggio delle ceneri di Pirandello da Roma ad Agrigento, l’altra è ispirata a Il chiodo, ultima novella scritta dal Nobel siciliano a partire da un fatto di cronaca a Brooklyn.

Monumento del cinema europeo, il novantunenne Taviani ha diretto il suo primo film dopo la scomparsa del fratello Vittorio, suo sodale dietro la macchina da presa per oltre mezzo secolo. È Palermo, produttrice coraggiosa e appassionata (c’è lei dietro i documentari di Gianfranco Rosi come Fuocoammare e Notturno), a spiegare la genesi del film: «Paolo ha visto una congruenza tra la sorte negata a Pirandello, che voleva che le sue cenerifossero disperse o custodite tra le pietre di Girgenti, e le volontà del fratello. Vittorio era un uomo che scansava la morte, non voleva celebrarne il rito, ha scelto di essere cremato. Paolo ha ripreso in mano questo progetto, che i due avevano in mente già ai tempi di Kaos, per dare il suo addio a Vittorio».

Protagonista della prima storia è Ferracane, ottimo attore sempre più riconosciuto dal grande pubblico grazie alle straordinarie prove in Anime nereIl traditoreAriaferma: «Paolo è un artista pieno di sapere, con lui ogni ciak è un’emozione. Mi ha donato la sua attenzione, il suo sguardo, la sua carezza. Abbiamo costruito il personaggio sin dallaprova costume con la costumista Lina Nerli, sua moglie. E mi ha reso felice essere fotografato in bianco e nero: mi fa pensare all’enorme cinematografia italiana, sono tornato indietro all’epoca d’oro di Cinecittà».

Non nasconde la commozione Roberto Perpignani, 81 anni e una carriera incredibile accanto a Welles, Bertolucci, Bellocchio, Lattuada, Moretti, Amelio e soprattutto i Taviani, di cui ha montato tutti i film: «Ci siamo conosciuti nel 1968, avevano una decina d’anni più di me, sono stati dei veri maestri. In 54 anni di lavoro e amicizia hanno formato l’idea di uncinema della responsabilità, di evoluzione civile. Il montaggio è il momento dello scambio,della sintesi, ed è curioso che nessuno loro film sia uguale l’uno all’altro, che ci sia un’evoluzione continua. In un cinema che pensava solo all’incasso, loro volevano crescere insieme allo spettatore. Che non è chiamato solo a ricevere ma a fare proprio il messaggio del film. Il nostro era un lavoro triangolare, era essenziale ci fosse sempre un’obiezione. Sul set Paolo mi disse una cosa, io gli feci notare che un giorno l’avrebbe detta a Vittorio. Lui mi ha detto: ora la dico a te. È qualcosa di unico».

Un film, appunto unico, che ha il tratto della sua produttrice («Con Donatella – spiega Pistoia, che amministra la casa di produzione – la regola è l’assenza di regole. È una persona coscienziosa ma incosciente che si innamora delle storie. A volte non si è coperti fino in fondo, ma se sposa un progetto a noi spetta il compito di portarlo a compimento a tutti i costi»), che osserva: «In Leonora addio la storia d’Italia raccontata dai grandi film del cinema italiano. Solo un rivoluzionario può usare i materiali di repertorio in questo modo». Le fa eco Perpignani: «È uno dei film più giovani della storia del cinema, incredibile che a91 anni uno sia capace di andare oltre, di sperimentare una libertà mai conosciuta prima e che ti commuove sin dalla prima scena».

Commozione generale che tocca anche Ferracane, che rivela: «L’ho visto a casa con i miei genitori, loro sono sempre presenti a Venezia nei miei momenti più importanti. Sono entrambi fisioterapisti, papà mi ha sempre incoraggiato. Lo dove a lui se oggi amo mettere in crisi un regista perché so di saper fare la cosa che mi chiede. L’attore è un atleta dell’anima. Devo ringraziare mio padre per avermi permesso di fare questa vita. E dopo aver visto il film mi ha fatto una carezza».

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