LFF22, Omar Pedrini: «La musica fa bene, è terapeutica»

«La musica è una deformazione famigliare: dove c’è musica, ci sono io». Come ogni anno, il Lecco Film Fest non dimentica la musica: quest’anno l’appuntamento è particolarmente emozionante grazie alla presenza di Omar Pedrini, icona del rock indipendente, intervistato dalla giornalista Marta Cagnola.

Nato in un borgo operaio sul Garda, ma sotto il segno della musica: «Nel paese, grazie a un’intuizione DI OLGESE, ogni operaio aveva un appartamento e un orto. Il mio bisnonno chiese un piccolo laboratorio per costruire mandolini e chitarre. Mia nonna suonava la chitarra sul lago, era considerata la matta del paese. Io stesso ebbi in dono una chitarrina, che suono dall’età di 5 anni. Dalle mie parti, quando si regala uno strumento a un bambino, si dice: “Ricordati che con la musica non sarai mai solo”. Ho passato molti momenti di solitudine, la musica ti fa sempre compagnia».

Una tradizione che si rinnova anche nella vita dei suoi figli: «Mio figlio suona in una cover band di De Andrè, per fortuna non ha il fuoco del compositore, che ti porta a vivere questa passione come un mestiere. Il più piccolo balla. Invece mia figlia ha lasciato la scuola di chitarra, spero che la riprenderà».

Vita non facile, quella di Pedrini, che ha subito sei operazioni al cuore: «Ho un grosso debito nei confronti della scienza e di Dio. La mia forza è aver potuto fare ciò che volevo nonostante la malattia. Me la sono vista brutta: a Brescia diciamo “tirare la barba a San Pietro”. Ma da un’esperienza del genere nasce energia positiva, ti viene voglia di vivere».

Il primo colpo nel 2004, pochi giorni dopo il successo al Festival di Sanremo con Lavoro inutile, quando Pedrini aveva 36 anni: un tour europeo sospeso, la notizia di non poter più cantare, la scelta di dedicarsi alla musica e alla tv pur di continuare a parlare di musica, le lezioni in Cattolica per insegnare ai ragazzi l’arte della canzone. «Poi mi hanno permesso di cantare di nuovo. La musica fa bene, è terapeutica. Oggi voglio cantare finché sarà possibile, stare con i miei figli ogni giorno. Anche se convivo con una malattia. Il tempo è prezioso, dobbiamo tenere in conto il nostro diritto alla felicità».

Tra omaggi ai suoi fari, da Lawrence Ferlinghetti («Questo festival si chiama “Luci della città” e mi viene in mente lui, che aprì una libreria in America proprio con questo nome. Il papà della beat generation, per me un amico, un bisnonno: l’ho conosciuto a 79 anni ed è morto a 101. Ha fatto della propria vita un’opera d’arte») a Luigi Veronelli («Non amava sentirselo dire, ma è stato il mio maestro d’anarchia e vino»), dolci ricordi («A Sanremo nel 1991 istituirono grazie a noi il premio della critica anche nella categoria dei giovani») e sottili polemiche («Con i Timoria abbiamo vinto il primo disco d’oro del rock indipendente con 100.000 copie, oggi vincerlo è facilissimo perché i parametri si sono abbassati»), Pedrini ha regalato anche performance con la chitarra. Un’occasione per svelare i retroscena delle sue canzoni più celebri, da Sole spento («Pensavo a un carcerato: diceva che le sue giornate belle erano quelle di pioggia perché quando c’era il sole soffriva pensando alla gente felice e realizzava quanto aveva perso») a Lavoro inutile («Dopo lo scioglimento dei Timoria ho imparato a stare bene con me stesso, a sentirmi in compagnia da solo. All’origine c’è Rashomon di Kurosawa»). Ma anche due imprevisti omaggi alla Premiata Forneria Marconi: Il banchetto e Impressioni di settembre, che Mogol scrisse guardando il paesaggio brianzolo.

Come si vede Pedrini oggi? «Sono un uomo maturo, mi guardo da fuori e penso al ragazzo che ero. Non dimentico le trappole del nostro mondo, ma ricordo i sogni e le aspettative che avevo. E mi faccio molta tenerezza».

Fotogallery di Karen Di Paola

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